L’ideatore dei tarocchi

L’ideatore dei tarocchi

Il Vecchio Occultista osservò le ramificazioni triangolari dell’Albero della Cabala e le completò aggiungendovi tre radici ascendenti rivolte verso l’Ineffabile Nulla, poi rimase a meditare a lungo sull’energia sprigionata dai Numeri. Respirava lentamente, senza più sentire il corpo, come se fosse già fuori dall’affaticato peso della carne. La sensazione di leggerezza si trasferiva dalla mente, attraverso i muscoli e i nervi, a tutte le particelle. Il benessere aumentava lentamente, fino alla conquista di un’atarassia eterea, patrimonio degli dei antichi.

Quei Numeri, come un’onda rinfrescante, lo stavano bagnando e cullando. L’onda temporale lo riportava a ripercorrere le tappe della sua vita, fino a sentirsi feto nel ventre di sua madre.

Tornò alla realtà a fatica. Mise insieme i granelli delle proprie fibre, per ritrovarsi seduto dinanzi al grande tavolo fratino cosparso di penne d’oca, inchiostro, appunti e calcoli cabalistici. Le campane stavano annunciando il Vespro.

Tarocchi e la cartomanzia

Aveva terminato da poco il suo trattato sui Numeri. Prese tra le mani il manoscritto, come se si trattasse di un reperto archeologico raro e di inestimabile valore. Poi lo strinse forte al petto visibilmente emozionato, come avrebbe fatto con un figlio ritrovato, scomparso in circostanze misteriose e dato da tutti per morto.

Su quei fogli di pergamena l’essenza della vita era stata tracciata e diluita, condensata in un rivo d’inchiostro nero. Adesso finalmente tutto era chiaro. La luce della cabala faceva risplendere d’oro l’incunabolo che abbagliava la vista. La mente, ritemprata e rinvigorita, era uscita dalla lunga ignoranza. Il Silenzio aveva parlato. Per la prima volta ne aveva ascoltato la Voce.

Figlio di un ricco mercante di Lyon che acquistava dagli Arabi le preziose spezie orientali, indispensabili per dare sapore ai cibi e conservare le carni, il Vecchio Occultista non aveva ereditato lo spiccato senso degli affari del padre, quanto piuttosto la tenace volontà di esplorare nuovi orizzonti.

Viaggiando spesso da ragazzo col genitore ebreo, aveva imparato molte cose, tra cui i fondamenti della cabala giudaica, densa di mistica e di filosofia, poi aveva cominciato a frequentare maestri e discepoli di ogni nazione e aveva appreso il latino dei dotti, dibattuto questioni importanti.

Poi, contro la tradizione che lo vietava, aveva cominciato a sondare l’Ineffabile, con grande coraggio e spirito d’autonomia: dalla cabala era risalito all’analisi numerica dei Pitagorici e contemporaneamente aveva approfondito altre filosofie e conosciuto altre religioni, senza mai arrestarsi in nessuna.

Tale indipendenza culturale, sempre manifestata apertamente, gli era valsa l’ostilità del suo gruppo.

Il suo anticonformismo e la sua autonomia di pensiero lo avevano reso sospetto in varie città, dove si era fermato per vivere e che puntualmente aveva dovuto lasciare per non incorrere nel marchio dell’eresia e finire sotto processo in qualche tribunale ecclesiastico della nascente Santa Inquisizione. Sfuggito a molte persecuzioni, aveva pensato di essere bene accetto all’interno di quella nutrita e consolidata comunità di eretici che avevano fatto di Albi e Béziers la loro patria preferita.

Il Vecchio Occultista non era sfuggito alle suggestioni eretiche, ne aveva subito il fascino e l’influenza ed aveva conosciuto ‘convertiti’ che conducevano una vita totalmente diversa e divulgavano con fervore le nuove idee.

Aveva parlato molto con queste persone, condiviso certi ideali e i progetti di rigenerazione della corrotta società del tempo, ma sempre, di fronte al fanatismo e al rigore morale delle sette ereticali, aveva mantenuto una posizione critica ed indipendente, sostenendo che il Diavolo ama nascondersi dove meno ci si aspetta di trovarlo.

Per temperamento e voglia di sperimentare, da giovane l’Occultista aveva condotto una vita libertina che gli era valsa l’espulsione da diverse comunità e l’anatema dei santi uomini che vedevano in lui un’incarnazione di Satana.

Abile dissimulatore della propria ideologia, era riuscito a farsi ben accogliere dagli Albigesi grazie ad un libello contro il Papa che gli era costato una scomunica e che costituiva un poco il suo biglietto da visita e il suo lasciapassare.

Faceva la spola tra Albì, Lyon e Bèziers, perché il ‘triangolo eretico’, così fitto di misticismo e di stimoli spirituali, gli offriva un terreno fertile di studio. Negli ultimi anni si era definitivamente sistemato nella città di Bèziers dove il fenomeno degli indemoniati e degli invasati aveva assunto proporzioni allarmanti e dove era conosciuto per liberare, con l’imposizione delle mani, i posseduti dal Demonio, che riusciva a guarire grazie ai suoi ‘fluidi’.

Ciò che più lo affascinava negli Albigesi era la loro cosmogonia, secondo cui il mondo materiale era completamente opera di Satana, nel nome del quale ogni aspetto della vita mondana era condannato.

Legato negli ultimi anni alla sua città di Bèziers, per nulla al mondo si sarebbe separato da lei, dai cerchi magici, dai filtri miracolosi, dai rituali purificatori.

Non che la fiorente città fosse estranea a quello spirito d’intolleranza e fanatismo, che animava e corrompeva nel medesimo modo tutte le comunità religiose.

Solamente in virtù di una particolare contingenza politica, Bezièrs, insieme ad Albì, la candida città che non conosceva la macchia del peccato, era diventata il baluardo vivente della così detta eresia ed aveva finito per difendere ed abbracciare la causa di tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, erano entrati in disaccordo con la Santa Romana Chiesa.

Il Vecchio Occultista, godendo di una relativa indipendenza e protezione, aveva potuto portare a termine la sua ‘ricerca’ contornato dall’affetto cordiale e dalla stima di alcuni intelligenti e audaci giovani collaboratori, con i quali si riuniva periodicamente.

Ora stava stringendo il frutto dei suoi lunghi e faticosi studi con l’atroce presentimento che il fragile manoscritto sarebbe caduto in mani nemiche.

Potenti ed ostili forze astrali si stavano coalizzando contro Bèziers e non per molto tempo ancora avrebbe potuto ammirare la creatura del suo intelletto capace.

Aveva visto già altre volte ardere il fuoco dei roghi purificatori e nelle faville aveva intravisto i frammenti della verità disperdersi, per ritornare all’indistinto, al grande Caos da cui tutto era emanato.

Era affranto dall’idea della distruzione della sua opera tanto amata, per mano di un’orda di intolleranti incapaci di confrontarsi con idee differenti da quelle che pretendevano d’imporre con la violenza arbitraria, giustificata in nome di sacri principi e di precise leggi divine.

Si sentiva isolato, impossibilitato a difendere il proprio pensiero, preso entro una cerchia di mura merlate che non avrebbero saputo resistere a lungo ad un assalto bene organizzato, guidato dalle forze più conservatrici della Chiesa di Roma.

Avvertiva anche, sempre più chiaramente, il peso della stanchezza accumulata nelle ultime notti, passate nella stesura del suo testo e, con una certa ansia, stava cercando una soluzione per garantire una forma d’immortalità alla sua opera: parto infelice della sua mente, già destinato alla consunzione della morte fin dal primo giorno della sua nascita.

Malgrado l’euforia della realizzazione e la profonda soddisfazione intellettuale, non riusciva a gustare pienamente di quel momento. Nella sua condizione di ‘veggente’, vedeva quello che il futuro avrebbe, di lì a poco, prodotto: la crociata contro gli Albigesi.

Il suo potere però non lo inorgogliva, ma lo rendeva fragile, come il filo d’erba piegato dal vento. Gli eventi lo incalzavano. Doveva trovare una soluzione che almeno garantisse una certa integrità al suo messaggio, affinché altri potessero raccoglierlo.

Percepiva lo scorrere del tempo sotterrato dai granelli della clessidra: sabbia del deserto, portata da qualche carovana araba, che lui aveva preservato, come ricordo di famiglia, probabilmente finita nelle mani di qualche intraprendente mercante ebreo, tre lustri prima.

Quella antica clessidra araba aveva accompagnato il peregrinare dell’Occultista e ad essa era unita la benedizione del padre, che aveva visto a malincuore partire suo figlio anzitempo, preda dell’orgoglio e delle frenesia della conoscenza.

I Numeri del suo Trattato lo rendevano più vivo, ne placavano l’inquietudine, gli davano un certo benestare interiore, ma uno sguardo alla vita disseminata nei granelli di sabbia gli rammentava la propria precarietà e, come un beduino lontano dall’oasi, si vedeva inseguire il miraggio della vita immortale.

Malgrado la sabbia finissima cadesse lentamente e a tratti paresse levitare in quello spazio angusto e lo scorrere delle ore desse l’impressione di congelarsi e sottomettersi a quel ritmo lieve e soave, quasi vellutato e impercettibile; l’Occultista sapeva che doveva sottrarsi al suadente miraggio creato dalla clessidra, che nascondeva l’avaro e tiranno Signore del Tempo, impietoso dilapidatore di progetti e speranze.

Era pressato da un ingranaggio infernale, oscuro, talora impalpabile, talora manifesto e per salvare dalla distruzione il suo manoscritto ipotizzava diversi stratagemmi, che poco dopo gli apparivano inconsistenti e ridicoli, senza alcuna possibilità di riuscita.

Tornò a riflettere sulla schema dell’Albero della Cabala che aveva da poco finito di tracciare, come per trarne un suggerimento, un’ispirazione. E meditando sulla natura dei Numeri, si lasciò vincere dalla stanchezza e cominciò a dormire profondamente.

Quella notte, la sua mente, completamente liberata da ogni condizionamento fisico, prese a viaggiare in un’altra dimensione, a percorrere tutte le possibili ramificazioni dell’Albero. Entrò da protagonista in una dimensione onirica molto differente da quella a cui era normalmente abituato.

Tutto aveva la caratteristica del sogno; gli ingredienti della sua ricerca stavano mescolandosi con alcuni episodi emblematici della sua vita, ma i colori, molto più reali di quelli dell’iride, vibravano d’intensa energia.

I fiori parevano vivi, gli alberi creature. Il muschio che ricopriva le pietre sorrideva e respirava insieme alla terra. E sovrano regnava un silenzio quieto, nitido, per nulla oscuro e minaccioso, che amplificava un’atmosfera serena, che rammentava antichi ricordi paradisiaci e rendeva più incomprensibile il tumulto dell’ordinaria quotidianità.

A tratti varie Voci percorrevano l’aria senza produrre vibrazione alcuna, al punto che sembravano nascere dal di dentro della coscienza. Voci che non incrinavano il Silenzio, ma lo rendevano più intelligibile.

Vide sfilare poi, come in un girotondo magico,i personaggi che riassumevano i ruoli più importanti della vita politica e sociale del suo tempo: il Gerofante infallibile, che amministra il divino nella coscienza dei fedeli e reprime il peccato dei trasgressori; l’Imperatore, cultore dell’alchimia, teso ad estendere il suo dominio sul Regno della Materia; l’Eremita filosofo che con la sua lanterna si fa luce entro le tenebre dell’ignoranza e vive come un girovago alla ricerca di un paese innocente; il Folle che percorre il Mondo scandalizzando i benpensanti con il suo comportamento eccentrico; la Donzella che con la sua forza interiore riesce a domare la ferocia del Leone; l’Innamorato, egualmente diviso ed affascinato dall’Amor Sacro e dall’Amor Profano; la Falce dell’invisibile Morte, che miete nel medesimo tempo vittime illustri e sconosciute; la Vestale della Conoscenza, custodita in un Tempio nascosto e ben vigilato; Temi, colei che amministra la Giustizia congiuntamente alle fedeli gazze; l’Appeso, vittima innocente del meccanismo repressivo, che accetta il supplizio e si sacrifica in nome di ideali superiori.

Conobbe potenti forze astrali: l’Imperatrice del Cielo, venuta sulla Terra per dare alla luce il Figlio delle Stelle; Hermes, messaggero degli Dei, alla guida del Carro del Sole; il Diavolo, che schiavizza gli umani attraverso gli appetiti sessuali; l’Alchimista che travasa dalla sua brocca un’energia vitale e inesauribile; la Sfinge, che governa la Ruota e conosce i destini di ogni creatura vivente.

Visitò le dimensioni del visibile e dell’invisibile: la Torre degli Alchimisti, la Città delle Stelle, la Città della Luna, la Città del Sole. Anticipò i segni premonitori dell’Apocalisse e la nascita di un Mondo completamente nuovo.

E in questo gioco onirico si immedesimò nella persona del Mago, maestro nella prestidigitazione, che nelle pubbliche piazze incanta i curiosi con i prodigi della sua arte. E il sogno non pareva mai avere fine. E a quelle creature oniriche, il Vecchio Occultista dette il nome di TAROCULI, perché attraverso i loro ‘occhi’ aveva potuto vedere lo sconosciuto mondo del dio Taro.

Il Vecchio Occultista aveva viaggiato, perso la dimensione dello spazio e del tempo.

Aveva ascoltato le Voci che popolavano il Mondo di Taro.
Aveva infranto il Silenzio e questo contava più di ogni altra cosa, perché aveva avuto l’opportunità, unica ed irrepetibile di vedere la realtà nella sua purezza originaria, senza veli, maschere, senza misteri.

Aprì le palpebre a fatica e molto lentamente. Il corpo era leggero. Percepiva il proprio respiro pacato, e qualche rumore ancora indistinto, lontano, ovattato.

Tutto che era intorno pareva tornare a nuova vita come dopo un lungo letargo, come se ad assopirsi, insieme al Vecchio Occultista, fosse stato l’intero arredo del suo scrittoio, e gli incunaboli, i fogli sparsi di pergamena, gli inchiostri e le penne d’oca.

Il primo oggetto che mise a fuoco distintamente fu l’antica clessidra araba. L’ampolla di vetro inferiore era colma di sabbia, la superiore era vuota.

La fedele compagna che scandiva il tempo sembrava essere caduta anche lei nell’inerzia, avvolta in quell’atmosfera di sogno che si era appropriata dell’essenza stessa delle cose.

Era il segnale tangibile che un giorno era trascorso e il Vecchio Occultista lo recepì distintamente, tornando a sentire il peso degli anni e l’incalzare degli eventi.

Non rimpianse però le ore passate. Senza quel viaggio e quelle visioni probabilmente non avrebbe attinto quella, a dir poco, straordinaria intuizione.

Impresse nitidamente nella sua memoria erano ancora le Voci dei Tarocchi. Cominciò a disegnare col lapis la Rota così come l’aveva vista, quasi per interrogare il destino sulle sorti di Bèziers.

Gli era balenata come un lampo l’idea di fissare i momenti più importanti del suo sogno, attraverso una specie di racconto figurato dei vari Arcani che da poco aveva finito di percorrere.

Il risultato era un’iniziazione ed una purificazione, nel medesimo tempo, della natura corrotta dell’uomo, per uscire dalle tenebre e ritrovar le stelle.

Sul momento il risultato grafico gli parve deludente, perché personalmente non possedeva le qualità artistiche di cui il progetto abbisognava.

Poi si rammentò di quel giovane ebreo di Toledo, pittore di talento, che era suo estimatore, discepolo ed amico, mente aperta con il quale era facile dialogare ed intendersi.

Il Vecchio Occultista, restio a condividere certi segreti, ebbe la consapevolezza che da solo non avrebbe salvato nulla del suo prezioso manoscritto.

Osservò le rughe della propria mano un poco malferma e sulle proprie fibre contò i giorni che gli restavano da vivere, poi osservò attraverso la grande finestra le mura della città e dalle crepe dei mattoni misurò la solidità e la resistenza della fortificazione urbana e contò le lune che ancora avrebbero illuminato le ultime notti degli Albigesi. Anche la città di Bèziers, come il suo corpo, era prossima all’estinzione. Là il destino di Occultista l’aveva chiamato e la Ruota indicava un comune tramonto nel medesimo giorno. – Vedi figliolo, apparentemente é un volgare mazzo di carte da gioco, che può servire come passatempo innocuo, o essere usato da un abile illusionista che, con i suoi trucchi ben dissimulati, guadagna la buona fede degli sciocchi e intasca qualche moneta per la sua borsa.

Il villano, il baro, l’incallito giocatore, in qualsiasi tipo di icona non riusciranno a vedere niente di più che un mazzo di carte per sfidare la sorte e tentare la fortuna.

I moralisti, i religiosi, i pii vi scorgeranno lo spiraglio del vizio, l’impronta del Male, la presenza nascosta del Diavolo e si faranno il segno della croce, per tenersi lontani, il più a lungo possibile, dalla tentazione peccaminosa del gioco.

In realtà figliolo questa bozza elementare ed approssimativa di carte, che tu saprai, se vorrai, migliorare e vivificare, grazie alle tue doti naturali di artista, illustra un insieme di concetti filosofici condensati in immagini, in simboli, che solamente la persona colta, curiosa e sensibile é in grado di apprezzare, di approfondire e meditare.

Ogni icona ha un preciso significato e contiene un particolare messaggio che si presta ad essere letto da angolature differenti.

E’ l’indeterminato che conferisce fascino alla icona, ne accentua l’interesse, stimola l’analisi, agisce come la calamita, attirando l’attenzione ed aprendo la discussione.

L’inconveniente di un Libro sta nell’essere già definito e detto una volta per tutte, per cui, il più delle volte é letto e proposto in maniera dogmatica e si presta ad essere lo strumento del potere di coloro che lo interpretano da un lato, posti di fronte a coloro che si limitano ad ascoltarlo passivamente dall’altro.

E’ il caso del Vangelo che viene monopolizzato da una istituzione che nulla ha a che fare con l’originario spirito pauperistico e comunitario degli Apostoli di Gesù.

E poi sappiamo bene che un Libro, essendo strumento di persuasione, si presta ad essere riprodotto solo in alcune parti. Può essere censurato in vari modi, alterato nelle sue parti più importanti e mutare totalmente nella sua natura ed infine può essere bruciato congiuntamente con il suo Autore; se é il caso di inscenare un grande spettacolo per le folle, che si lasciano sempre impressionare dal fuoco.

L’immagine di questi Tarocchi, apparentemente muta, é più versatile e loquace di quella di un Libro.

Quasi sicuramente il credo dei Catari, che si concentra in questa città, sarà estirpato con la forza. La comunità intera sarà sterminata, affinché la piaga eretica non si propaghi.

Queste carte invece sopravvivranno e conserveranno intatto tutto lo spirito polemico degli eretici, dissimulato entro suggestioni cabalistiche, influssi astrali.

Nel corso dei tempi queste effigi saranno immortali come le Piramidi Egizie e avranno accumulato un’energia praticamente inesauribile.

Su questi Tarocchi si condenseranno le forze mentali di tutte quelle persone che li studieranno, li maneggeranno, li useranno per conoscere le proprie e le altrui sorti e vi proietteranno le proprie aspettative psicologiche, le paure e le speranze.

Il mistico si mescolerà all’agnostico. Lo scettico alimenterà lo spirito esoterico. Tutti rafforzeranno il mistero che ho voluto con tanta determinazione velare.

Gli Arcani sono creature vive, parlanti. Solo il Saggio, in possesso delle quattro virtù ermetiche fondamentali, sa come farli parlare e sa ascoltare la loro Voce. –

E il Vecchio Occultista affidò al giovane amico e discepolo, entro un cofanetto di legno di legno scolpito a mano, il frutto della sua ricerca cabalistica perché realizzasse nella sua città natale, Toledo, al riparo da ogni immediata persecuzione, quei Tarocchi che una persona senza talento artistico non avrebbe mai saputo dipingere.